Sono reduce di una lettura particolare: una vecchia intervista di “Famiglia Cristiana” ad un’illustre “penna” calabrese: Saverio Strati.Nel leggerla, mi rendo conto che le sue parole, riguardo la nostra Calabria, posso farle mie, ma non nascondo di farlo anche con molto, tantissimo dispiacere.Saverio Strati rappresenta uno di quei tanti “cervelli” fuggiti dalla Calabria, uno di quelli che ha espresso il proprio talento, che ha visto tramutare in realtà un sogno ambito, fuori da questa regione. Firenze l’ha accolto a braccia aperte quando una terra a “democrazia limitata” (è triste dirlo, ma è così) l’ha spinto a farsi da parte, qualora le sue ambizioni si fossero discostate parecchio da quelle dei comuni calabresi.Cosa avrebbe potuto fare un calabrese, la cui unica colpa era quella di essersi stancato di fare il muratore e di voler, invece, approfondire gli studi e coltivare la passione di sempre: la letteratura? Nulla, se non ripetere ciò che tempo addietro anche calabresi come Cassiodoro, Bernardino Telesio, Tommaso Campanella avevano deciso amaramente di fare. Ma, c’è bisogno di scomodare i “grandi” del passato per fare qualche esempio?!E’ attualissimo vedere i nostri giovani talenti tentare una silenziosa e coraggiosa rivoluzione della propria vita, acquistando un biglietto di sola andata per Roma, Milano, Torino…oppure per l’estero…come dice Strati, ”non c’è angolo del mondo, dove ci sia lavoro, in cui non c’è un calabrese”.
Pensiamo ai calabresi in Germania, in Svizzera, in America. Il calabrese cittadino europeo, cittadino del mondo, ma stranamente non libero cittadino di Calabria, a cui costerebbe fin troppo caro trasformare la Calabria in Europa! Difatti, preferiamo cambiare paese, anziché cambiare “il paese”!Troppo individualismo o troppa miseria? Saverio Strati commenta così:“Non credo sia la miseria; altre terre ugualmente povere hanno espresso una civiltà, e una cultura. No, direi proprio che è la gelosia calabrese, la totale mancanza di solidarietà, di uno spirito di aggregazione”. Il calabrese è orgoglioso, serio, puntiglioso nel portare a termine le cose, e centra sempre quello che è l’obbiettivo a cui mira, ma non sopporta, non tollera, nella maniera più assoluta, che qualcuno “gareggi” con lui. E’ il calabrese che si rifiuta a fare gruppo il vero cancro di questa terra.
Il senso di solitudine, di incompletezza, di autodistruzione è reso visibile persino in quello stesso paesaggio naturale, che è poi l’unica vera proiezione del suo animo.“E’ un paesaggio selvaggio- scrive Strati- che può incantare un poeta; ma è anche un paesaggio che avvilisce l’uomo”. Saverio Strati l’ama fin troppo la sua terra, anche se c’è molta rabbia nelle sue parole. E’ realista, constata i fatti e così li giudica, ma è convinto che esista ancora un barlume di speranza.Il suo è un appello accorato ai calabresi disillusi o persino illusi che tutto vada bene così com’è, affinché si sveglino da questo lungo e mortale sonno, sfidando quell’immobilismo, troppo facilmente reputato cronico e inguaribile.La prima tappa principale: vincere l’assistenzialismo.“C’è un detto odioso e avvilente- dice Strati- in Calabria: <Io chiamo padre chi mi dà pane>. Ecco oggi sono gli uomini politici che danno pane. La Calabria è diventata un serbatoio conteso di voti; e di qui è nata la logica dell’assistenza, della sovvenzione…La Calabria vive in attesa delle elezioni, che sono l’unico momento in cui diventa vitale. E si è creata ormai una mentalità guasta di lassismo: ci si attende tutto dallo Stato, dal potere politico”.Beh…non è mica forse vero che ci si aspetta di essere garantiti dal politico, deputato, senatore o “amico-assessore” di turno? Magari anche per favore, quando invece si ignora che è un diritto da pretendere! E’ la politica meridionalistica, a mio avviso, basata ormai sulla sovvenzione, che ci rende incapaci di qualsiasi forma di mutamento.Strati sostiene che il proprio riscatto i calabresi lo vivranno quando una forte crisi nazionale investirà il paese e non sapremo più dove andare a sbattere la testa e preferiremo stare a casa nostra.Io sostengo che la manna dal cielo è un miracolo…e io ai miracoli ci credo poco!Ad ogni azione corrisponde una reazione: se non saremo noi a muoverci in un determinato senso, tutti quanti, in gruppo, cercando di urlare, di fare qualcosa per interrompere questo “lungo e mortale sonno calabrese”, senza badare esclusivamente al proprio tornaconto personale, senza dimenticare la parola “senso comune” e cosa voglia intendere, evitando che l’etica sia diametralmente opposta alla politica, e che quest’ultima non sia sinonimo di violenza subdola di mafia, che ti fredda alle spalle…allora questo sonno sarà tragicamente eterno!Qualche anno fa, mi è capitato di vedere un film, un vecchio film di Luigi Comencini. Si intitolava: “Il ragazzo di Calabria”.Era la storia di un ragazzo calabrese che aveva la passione di correre.Mentre il padre cercava di sfiduciarlo, un amico gli offriva tutto il sostegno possibile ed immaginabile affinché non rinunciasse alla corsa. Bene, lui, incitato moralmente dall’amico e supportato nell’animo dalla sua cospicua dose di buona volontà, nonché da quell’orgoglio che è proprio del calabrese, correva e vinceva parecchie gare, persino le più ardue!Ecco, mi domando quando noi calabresi ci metteremo a correre!
Maria Grazia M.
